mercoledì, 02 dicembre 2009

Certe volte non è facile, scrivere qui. Perché la vita ti avvolge e travolge, fuori. Perché il turbinio del quotidiano non sempre concede spazi di riflessione, quel silenzio che occorre per guardare le cose serenamente.

Ho sempre pensato che le analisi si fanno a posteriori, che scrivere è sottrarsi alla vita. Ci sono momenti in cui il sangue va tutto nella vita e per osservarsi compiutamente ne resta ben poco. In cui ogni piccola energia è impiegata, fusa e confusa nell'insieme. Senza tregua.

Avverto un malessere profondo, intorno a me. Un quotidiano disagio cui non so sottrarmi. Come se tutto si addensasse informe. Non so distinguere quanto mi appartiene e quanto è altro da me. Quanto è mera percezione d'altro e quanto invece puro riflesso di ciò che si agita in me. Per questo la scrittura si allontana.

Resto fedele al principio d'essere qui, sempre e solo, quello che sento e che vivo. La scrittura non concede margini quando nasce come esigenza profonda di analisi. A questo travaglio non posso e non voglio sottrarmi, soprattutto quando infuria. Resto e sento. Raccolgo e lascio scorrere in me. Solo nel silenzio che segue, la parola, compiuta, ritrova la sua strada.

Come dietro ai vetri, la pioggia.

pioggia sui vetri




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categoria : emozioni, questioni spinose




martedì, 27 ottobre 2009

l'apparenza e la sostanza

Tra le poche cose che mi sono state chiare sin da piccina, c'è la differenza tra l'apparenza e la sostanza delle cose. Forse perché la nonna faceva degli gnocchi dalla forma impossibile, davvero bruttini ed irregolari, ma di una bontà unica.
Forse perché una volta, dopo aver mangiato una bellissima bacca rossa, sono stata male per giorni. Questo mi ha portato a dubitare dell'apparenza delle cose, ricercandone sempre la sostanza. C'è voluto invece molto tempo, per capire poi la differenza tra forma e contenuti. Per realizzare che, se i contenuti sono fondamentali, la loro forma non è trascurabile. Perché c'è una forma che è anche contenuto, sostanza. Forma che è apparenza, ma non solo.
Tra forma ed apparenza delle cose c'è una differenza sottile. Arguta, per così dire. Non è il perseguire l'apparenza a scapito della sostanza (perché spesso, pur se non sempre, le due cose sono in antitesi) che mi preoccupa di questi tempi. Mi preoccupa invece, il perseguirla senza curarsi affatto della forma.

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domenica, 11 ottobre 2009

Lapsus è una parola latina, di etimologia incerta, ma di significato ben noto. Un errore "involontario", una distrazione nel discorso, un refuso in genere bizzarro. Altrettanto nota ne è l'interpretazione freudiana. Quella che vuole il lapsus come la realizzazione di un impulso inconscio, che inopportunamente svela, quello che più opportunamente vorremmo censurare. Ne abbiamo esempi banali oppure eloquenti nella vita di tutti i giorni. Qualche lapsus è particolarmente illuminante. Come questo di mister B.


Meditate gente, meditate.
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categoria : questioni spinose




domenica, 04 ottobre 2009

Che io ho portato la macchinetta fotografica, con me. Non che abbia una grande vocazione di reporter, ma ci tenevo, stavolta, a documentare la partecipazione. Non ho fatto una sola foto. Eravamo troppi. Nella calca era difficile cogliere immagini. Stretti, pericolosamente pressati. Che mi generano ansia, le situazioni così. Invece dentro quella ressa umana, ci sono stata bene.

Ieri, 3 ottobre, a Piazza del Popolo.

Tante sensazioni, difficili da condensare in parole. Così, senza immagini, non volevo scriverne. Qualcuno, però, mi chiede di riportare le impressioni. Ci ho pensato a lungo, a cosa più di tutto resti dentro, di questa manifestazione per la libertà di stampa.

L'assenza di rabbia.

Questo mi ha colpito di più. Non c'era né rabbia, né esaltazione. Sentimenti che spesso accompagnano una manifestazione così. C'era pacatezza, invece, senso di condivisione, pazienza. Quella necessaria per muoversi in una calca eterogenea, fatta di mille volti e diversissime idee.

Ed è questo che, senza immagini, serberò. Segnale vero della voglia di partecipazione attiva.
Ognuno con una motivazione diversa, ma insieme. Ho manifestato per la libertà di espressione e riporto qui qualcosa che avevo scritto tempo fa:

"La libertà d'espressione, base essenziale della dignità di un individuo, non è un dato certo a priori, stabilito per sempre. E' fragilissimo oggetto di distorsione e censura. Da difendere sempre e comunque. Qui, ma non solo."
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lunedì, 14 settembre 2009

tempo di bilanci
Settembre è uno strano mese, in genere di bilanci.
Sarà quello strano ritmo della scuola, che ti rimane dentro, così agosto è fine anno e ottobre il suo inizio.
Settembre uno strano limbo, il tempo dei bilanci. Quello spazio in cui da sempre rifletto, quasi inevitabilmente, su quanto è trascorso, su quanto ho messo via. In cui, con vari gradi di convinzione ed energia, mi accingo a pianificare il nuovo anno.

Insomma una sorta di lunedì mattina, solo più  dilatato.

I bilanci hanno sequenze strane, a volte. In cui esplori rapidamente tutti gli stati d'animo. Non sempre piacevolissimi  per la verità.
L'importante non è che siano in attivo, quanto che si riesca a trovarci dentro la motivazione per nuove cose.

I bilanci hanno questo di bello, che tendenzialmente ti convincono dell'opportunità di cedere alcune azioni ed investire in altre. Magari più redditizie.
Almeno si spera tali. Perché di questi tempi, le previsioni sono davvero ostiche.

L'anno che ci attende è di difficile definizione, anche  nella microsfera personale, anche solo nella nostra specialissima angolazione.


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martedì, 08 settembre 2009

memoria e futuro
Il passato del futuro. Non è una forma verbale. Neppure un ossimoro.

Ciascuno di noi, a suo modo, si rappresenta nel futuro. Io ben poco, per la verità. Cerco di non sconfinare mai troppo in là.

Si "immagina" il futuro. Ovvero la prima cosa che viene in mente è che il proiettarsi nel futuro, sia un atto creativo, frutto dell'immaginazione, della fantasia.

Vista da questa angolazione, la mia scarsa capacità di rappresentarmi in un arco temporale a venire, mi è sempre suonata sospetta.

Perché difetto di molte cose, ma non credo di fantasia. Quella, anzi, semmai, fatico sempre a tenerla a bada.

Il fatto è che la rappresentazione del futuro, più che dalla capacità immaginifica, deriva dal passato, dalla memoria. Sì, proprio così. Come dire, c'era una volta domani.  La nostra capacità di fare proiezioni sul futuro, di costruire immagini del nostro domani è strettamente connessa, attinge pienamente ai ricordi del passato.

E' un po' come l'incapacità di immaginare qualcosa che non c'è. Noi costruiamo qualcosa di inesistente solo a partire da immagini reali. Mettendo insieme, in modo diverso, cose esistenti. L'unicorno ad esempio. O il minotauro.

Così è nel bagaglio del passato, di quanto esperito, variamente ordinato e messo via, che la nostra fantasia rovista per le sue estrapolazioni sul futuro.

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mercoledì, 05 agosto 2009

peperoniCi sono pensieri indigesti. Che riescono a riproporsi con costanza. Sai già che ti creeranno qualche problema. Che ti arrovelleranno per qualche giorno. Però scacciarli non è semplice, perché in prima istanza, hanno qualcosa di allettante.  O semplicemente insolito, un tono diverso, un timbro nuovo.
I pensieri hanno voci diverse. Ci sono quelli dalla voce rassicurante, un po' roca. Questi in genere sono di ottima compagnia. Inseguono argomenti diversi, ti accompagnano leggiadri e poi scivolano via, senza memoria. Certi altri hanno toni acuti, quasi lirici. Fanno un po' male, quando li ascolti. Però ti aiutano a rielaborare quello che non va e lasciano tracce di consapevolezza, piccole strie mentali. Altri hanno la tua voce, meglio la voce che tu pensi di avere. Perché la propria voce è un po' diversa da come in genere la percepiamo. Questi sono quelli che definisco "produttivi", che ti ricordano le cose da fare, gli impegni presi, le sequenze da svolgere. Quelli che si ripropongono i
n genere hanno vocine petulanti, un poco stridule. Insomma, difficile non ascoltarli. Cominciano generalmente con "ma se invece di..." o "ti rendi conto che..." e poi demoliscono. Un presupposto, una convinzione. Voci decisamente critiche sul tuo operato. Indisponenti. Il problema è che si ripropongono e non sai mai se fidartene o no.


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mercoledì, 22 luglio 2009

C'è un fatto che a me accade e non so mai agli altri. Insomma la scrittura richiede una sana sofferenza. Non letteraria, no. Proprio reale.
Non le esacerbazioni interiori dei soliti quattro intellettualoidi da strapazzo che se la menano. Niente di nobile ed incomprensibile. Niente mal di vivere, dono congenito dei talenti mostruosi. Proprio quelle sofferenze banali che implicano mettere le tue carni su una sedia e per un po' rinunciare a vivere. Perché per scrivere, devi rinunciare a vivere, almeno un po'. Devi guardarla la vita, mica starci dentro, per descriverla compiutamente. Viverla pienamente per quel che puoi, ma poi tenerla un poco discosta. E questo, sotto sotto, implica sempre un certo disadattamento interiore.

cronaca diuna mancata ispirazione


Non mi riferisco certo alle sofferenze del Leopardi, sulle quali siamo stati tutti correttamente edotti. Ché il genio è genio e la sofferenza c'entra poco, anche se aiuta la riflessione solitaria, la consapevolezza illuminata. Perché il genio si nutre di sregolatezza a volte, mica sempre. Puoi anche ubriacarti tutte le sere e lavarti poco, ma non è questo che ti renderà  Bukowski. Puoi anche essere bruttino e bistrattato, ma questo non farà di te Leopardi.

Insomma, infelice o no, sregolato o no, il talento è qualcosa che prescinde dalla condizione vissuta. Il fatto è che se non sei tra i fortunati, quelli che hanno il tocco magico, scrivere richiede una certa disciplina. Ovvero implica applicazione. Nella lettura, innanzitutto. Perché vogliono scrivere tutti, ma a leggere son sempre pochi. Mi sono sempre chiesta come possa amare scrivere chi non ama leggere. Ma questo temo sia un altro discorso.

Applicazione, dicevo. Nell'ascolto degli altri e di sè. Nei pensieri. Nell'osservare la vita. Ecco, questo implica sofferenza. Magnifica sofferenza, quella che si fa strada e percorso, cammino di conoscenza. Ma che rimane fortemente sospetta di disadattamento interiore.

Che poi a me piacerebbe. Molto. Scrivere qualcosa di epocale. Qualcosa in grado di stupire chiunque. Insomma una tranvata di emozioni, detto alla romana. Ma la scrittura è una strana arpia, che rifugge i propositi. Anche i migliori. Allora dovrò accontentarmi dei miei soliti sproloqui sul filo d'un sano buonumore trasportato dal refolo impalpabile che penetra dalla finestra aperta.

Il caldo di questi giorni uccide la migliore ispirazione La mia muore con molto meno.
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