Quando l’ho conosciuto, lo chiamavano tutti così. Basso, minuto, con quell’aria sempre un po’ smarrita. Il volto leggermente triangolare, sul collo esile. Le mani, un po’ tozze, con l’ultima falange arrotondata, sempre un po’ gonfia per via delle pellicine tormentate. Forse è per quello che lo chiamavano geco, oppure invece per quell’assorta fissità che lo estraniava a tratti dal gruppo.

Attilia, 35 anni, segno zodiacale Bilancia.
Un volto da angioletto, incorniciato da morbidi riccioli biondi. Lili era coccolata e vezzeggiata, da piccina. Gongolava al centro delle smancerie di tutti. L’impatto tremendo che il suo nome ebbe alle elementari la trovò assolutamente impreparata. Da Lili ad Attilia il salto fu duro. Esacerbante scoprire che si può essere al centro dell’attenzione in molti modi. Le giovò ben poco il conforto dell’omonima ava paterna, l’esistenza di una Santa Attilia martire e l’onomastico da festeggiarsi il 24 marzo. La storia la gravò di scoperte malamente formative, dai flagelli barbari al “Regolati, Attilia!”. Faticava a reagire, trincerandosi dietro mutismi ostinati e malcelate lacrime di rabbia. Crebbe molto bella, però. L’adolescenza scivolò via leggera sull’onda del diminutivo “Tilly”, artisticamente impreziosito da un cuoricino paffuto sulla i. Dopo i venticinque anni, l’adozione di “Lia” sembrò semplicemente perfetta, non sembrava nemmeno un diminutivo e per un po’ tutto filò liscio. Ma a trenta, un sano moto di femminile orgoglio ebbe la rivalsa. Troppo banale, Lia. Così imparò a pronunciarlo con enfasi e per intero, il suo nome. Per qualche strano motivo, dentro di sé non riesce ancora a farci i conti. Continua ostinatamente ad oscillare tra un condottiero impossibile ed una barbie ormai in disuso.