Il termine ossìmoro o ossimòro, dal greco antico oxùs (acuto) e moros (stupido), racchiude già nell’etimologia il suo significato: l’accostamento di due termini di senso opposto, l’unione di termini contrari, spesso incompatibili.
Come dire che l’apparente stupidità nasconde acutezza concettuale. Infatti l’ossimoro, attraverso una manifesta illogicità, tenta di definire qualcosa diversamente non rappresentabile. Certe sfumature, un senso insolito, concetti particolarmente profondi non possono essere espressi se non attraverso una contraddizione in termini di linguaggio.
In questo senso l’ossimoro è al contempo evidenza e risoluzione di un limite formale del linguaggio stesso. Nell’originalità del contrasto nascono spesso effetti stilistici insoliti e sorprendenti.
Alcuni ossimori sono diventati d’uso comune. Tali da non avvertirne più l’evidente natura di paradosso, come chiaroscuro, lucida follia, silenzio assordante, realtà virtuale. Non trovate siano “magici”?
Certo è che gli ossimori godono di particolare popolarità, ai nostri giorni. Specialmente in politica. Uno per tutti, magari un po' vecchiotto: convergenze parallele. Sublime, no?
Tratto da “Gli Ossimori Concilianti”- Umberto Eco su l’Espresso:
“Invece il mio sospetto è che l'ossimoro abbia guadagnato in popolarità perché viviamo in un mondo dove, tramontate le ideologie (che cercavano, talora rozzamente, di ridurre le contraddizioni e imporre una visione univoca delle cose), ci si dibatte ormai solo tra situazioni contraddittorie.”
Ossimori concilianti è anch’esso un discreto ossimoro. Io non amo le contraddizioni, gli ossimori, sì. Sul perché li ami, la questione si fa complessa.