giovedì, 29 ottobre 2009

Un ticchettio molesto. Osclillante, armonico. Pling, plong, pling.
Una goccia si gonfiava dal rubinetto e si staccava, grassoccia, spiaccicandosi nel lavabo. Matteo l'osservava, seduto sul bordo della vasca. Cercava di coglierne la sequenza precisa, di registrare i piccoli scostamenti nella caduta. L'aritmia. Perché quell'inseguirsi costante, goccia dopo goccia, si sfasava per istanti. Accelerava e decelerava, in modo discontinuo. Anche quel frammentarsi del ritmo primario aveva però un suo ritmo preciso, sinusoidale. Disarmonie armoniche. Sentiva che, decifrandole, avrebbe compreso qualcosa in più della bellezza delle cose, dei segni sotterranei, del ritmo del mondo. Acuiva i sensi, teso nello sforzo, rapito da quel pulsare ritmicamente asincrono. Poi si alzò, brusco, aprì il rubinetto e cominciò a sciacquarsi il viso.
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venerdì, 23 ottobre 2009

Cancello uno ad uno i segnali. Li mastico e li arrotolo nelle tasche sdrucite.  Indugio nella piazza spenta di notte, mentre il silenzio avvolge e frantuma crepitando l'eco dei passi.  Solo, nella meta e nei pensieri, circumnavigo i miei vuoti infeltriti. Almanacco i suoni acuti e grevi, i sorrisi negati, le parole feroci. Mi chiedo che ne è stato del tempo, di noi. Il riso pieno, le ore dolci. Gli odori e sapori. Sputo furtivamente a terra, scacciando l'amaro rimasto. M'attardo. Respiro piano, fumando catrame nel buio. Le luci puntellano una linea immaginaria che seguo, senza raggiungere alcunché, nella notte che si estingue.
Nell'aria rischiarata, oggi è già ieri. Non vorrei.



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mercoledì, 08 luglio 2009

Un periodaccio, questo. Quando nel corso della giornata si affollano molteplici rogne (non è una bella espressione, ma rende perfettamente l’idea). Il problema è risolverle, soprattutto quando all’ennesima della giornata, tutti  ti guardano con occhi sgranati e una supplice richiesta di intervento, possibilmente rassicurante. Come se poi la bacchetta magica fosse la dotazione di ordinanza  di ogni buon capo che si rispetti. Già. Ci puoi mettere impegno, rispetto, disponibilità, capacità di ascolto, ma se non risolvi prontamente le rogne, non sei nessuno.

Così la prima buona mossa è un pronto sorriso e prendere in mano la situazione. Ma oggi era parecchio dura. Così all’ennesimo volto smarrito, alle labbra stupite che pronunciano un ulteriore, insopportabile ed interrogativo:

- Emmò?...-

Io non mi sono scomposto più di tanto e, quasi una liberazione, mi è sfuggito un:

-“Emmò?… Moplen!”-

Inaspettato l’effetto: lo  sconcerto generale. Che io purtroppo, a questo fatto dell’anagrafe sono sempre un po’ refrattario e non mi entra per bene in testa che quelle che per me sono evidenze storiche, solo un po’ impolverate, dietro l’angolo della memoria, in realtà si rivelano salti generazionali incolmabili.

Però una volta tanto dare spiegazioni mi ha divertito, perché questa battuta non è solo un vecchio tormentone di Carosello.

Questo spot, di quelli che non si vedono più, ha un valore aggiunto. Perché il moplen ha davvero segnato un epoca. Il moplen è un brevetto tutto italiano, che valse a Giulio Natta il premio Nobel per la chimica. Per la reazione di sintesi polimerica. Il polipropilene isotattico (non è una parolaccia, indica la forma spaziale delle molecole) è stata una grande invenzione.

Altri spot, altri chimici, altri tempi. Che per la verità poi, io ero piccino. Quel brevetto però mi è rimasto dentro, condizionando le mie scelte future. Tornando alla giornata, effetti secondari positivi, nessuno mi dirà mai più: “Emmò?...”.

A suo modo, anche il mio di moplen, ha avuto il suo discreto successo.

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giovedì, 18 giugno 2009

la valigiaBattito di ciglia. Istante vuoto.
La valigia, sul letto sfatto.
Un tempo indefinibile.
La carta da parati, di un giallino falso e la cornice di gesso in alto, a delimitare il soffitto bianco.
Le tende, inutili spessori verso l'esterno.
L'arredo di una stanza d'albergo ha qualcosa di lucidamente vuoto.

Fuori, rumori ovattati. Lo scroscio d'acqua dalla stanza accanto. Segnali confusi di un giorno che inizia.

Si vestì, impeccabilmente. La borsa, piccolo essenziale utero. Scese la rampa di scala felpata di rosso. Si confrontò con la luce forte dell'atrio, avviandosi alla saletta della colazione.

Le fette biscottate sigillate a due a due, integrali. Aprì la confezione con un piccolo crepitio. La punta tonda del coltello a spalmare il panetto di burro. Sollevò il lembo metallico, portando alla luce il rosso ciliegia della marmellata. Così finto, il colore. Sempre leggermente metallico, il sapore. Su tutto, l'aroma del caffè.
Gesti riproducibili in sequenze precise. A vincere ogni estraneità.(continua...)

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martedì, 09 giugno 2009

rosso sangueQuel risveglio non fu diverso da molti altri. Odiava il trillo energico della sveglia, sul comodino. Ci pigiava su con enegia, quasi a ricacciare via il suono e la nuova giornata. Poi indugiava, girandosi di lato, tirando le coperte ben bene, fin sopra la testa. Le serviva sempre un po' di tempo per accettare di alzarsi.

Quella mattina indugiò meno del solito, però.  Qualcosa l'aspettava, oltre la soglia del sonno.
Un progetto importante. Ci aveva lavorato duramente. Giorno dopo giorno. Aveva smontato e rimontato mille volte la scena, considerato ogni piccolo dettaglio della sequenza. Tutto era cominciato con una buffa idea che si era insinuata nella sua mente. Quasi per gioco aveva cominciato a darle spazio. Aveva comprato un bel quadernetto nero, con la copertina morbida, i fogli a quadretti sul fondo appena giallino. Un quaderno nuovo è sempre un'ottima cosa per dar corpo ai pensieri. Così aveva iniziato a scriverci tutto quello che le veniva in mente e poteva esserle utile ad organizzare quel progetto. Aveva inserito anche ritagli di giornali, immagini, suggestioni.
Era cresciuto come un piccolo, ordinato, insieme di appunti e ricerche, dati, studi.
Compilata l'ultima pagina, capì che era ora di mettere via le parole e passare all'azione. Dare senso compiuto a quello che man mano aveva individuato come un percorso possibile. Ci ragionò ancora, lo elaborò ben bene nella mente, consapevole che avrebbe riconosciuto il giorno giusto per farlo davvero.

Così saltò giù dal letto con insolita energia. Si guardò a lungo nello specchio e si sorrise. Il giorno giusto era arrivato, era oggi. Nel pensarlo si compiacque. Sì, ce l'avrebbe fatta. Era pronta ad ucciderlo.
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sabato, 23 maggio 2009

persiana tra le ditaSi svegliò.
Il sole che filtrava dalle persiane era un invito.
Nel torpore non ancora superato, non sapeva dirsi a che.
Se a richiudere gli occhi e girarsi di lato o affrontare il mattino con l'energia che il mattino richiede.
Nel dilemma rimase con gli occhi semiaperti, come un pudore residuo, nell'incertezza sul da farsi.
Settimane che tirano la corsa, che accavallano i giorni, inseguendo ritmi non tuoi.
Questo pensava, quel sabato mattina silente, tra le ciglia poco discoste, a frammentare il cono di luce.

Arcipelago di isole, il pensiero. Forse doveva mollare un po'.

Mentre cercava di capire se era il caso d'alzarsi o meno, si ritrovò in piedi, di già. La stanza d'intorno, gli oggetti soliti, sembravano àncora a pensieri devianti.
Cucina, approdo felice, aroma di caffè. Seduto di sghembo, sorrise.
Sabato ancora, un altro sabato, un sabato qualunque.
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lunedì, 11 maggio 2009

fontKartica. Buffo nome per una persona, ma i suoi l’avevano scelto così, indugiando qualche giorno su JasmineUPC, dopo aver scartato Georgia e Verdana. Quel nome le dava un’arial un po’ bookman old style ed un certo impact. Lei dentro si sentiva un po’ century gothic, ma l’effetto che faceva agli altri era indubitabilmente più comic sans MS. Questo le spiaceva un po’.
Il suo fiore preferito non poteva essere che la freesiaUPC e quando un giorno Estrangelo Edessa, tramite un courier new ebbe modo di recapitargliene una, il cuore le fece batang. Capì subito che era l’uomo giusto per lei e si affrettò a rispondere con una monotype corsiva, zeppa di symbol inequivocabili. Accadde così che fuggirono a Tahoma e decisero di stabilirsi lì. Insomma, una storia molto book antiqua: ma quale storia d’amore che si rispetti non è così?

 P.S. Mi spiace, di questa storia non posso rivelarvi la font. Comunque vissero felici e content.



NdA*. Devo fare ammenda. Perché ne ho parlato solo distrattamente, pur adorando aNobii, come vedete nel  box a lato, in fondo. Invece questo social network è una piccola meraviglia, già a partire dal nome che deriva da Anobium punctatum, il "tarlo della carta". 


(
*NdA: sta per Nota di Asfodelo)
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venerdì, 08 maggio 2009

geco

 

geco

Quando l’ho conosciuto, lo chiamavano tutti così. Basso, minuto, con quell’aria sempre un po’ smarrita. Il volto leggermente triangolare, sul collo esile. Le mani, un po’ tozze, con l’ultima falange arrotondata, sempre un po’ gonfia per via delle pellicine tormentate. Forse è per quello che lo chiamavano geco, oppure invece per quell’assorta fissità che lo estraniava a tratti dal gruppo.

Di lui ricordo i jeans di velluto marrone, una misura di troppo, lisi e stinti, d’inverno e d’estate, e quell’aria interdetta qualunque fosse la domanda. Sorrideva di rado ed il suo era sempre un sorriso condizionato, incerto.
Sarà per quello che alla fine eravamo tutti convinti che dovesse essere un po' geniale. Pura supposizione, perchè la sua presenza, prezioso testimone e punto fermo di strampalate discussioni, non ha mai avuto una voce. Almeno io non riesco a ricordarla.
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