giovedì, 19 novembre 2009

Del desiderio e della vita. Viaggi all'interno di una ricerca che non si esaurisce mai, al centro di sé.

"Disteso sul ponte pensava a ciò che c'è di più alto, di più sacro nella vita, cercando di capirne l'essenza. Diceva a sé stesso che forse non esiste che come un sogno, che forse non sopporta la realtà, il risveglio. Ma che tuttavia esiste. Che l'amore perfetto esiste e la Terra Santa esiste ma noi non la possiamo raggiungere. Che forse siamo soltanto in viaggio alla sua volta. Siamo soltanto pellegrini sul mare. Ma il mare non è tutto, non è possibile che lo sia. Deve anche esistere qualcosa al di là. Deve anche esistere una terra oltre le grandi distese deserte e le immense profondità indifferenti ad ogni cosa. Una terra che non possiamo raggiungere ma verso la quale siamo in viaggio, nonostante tutto".
("Pellegrini sul mare"  - Par Lagerkvist)


Adoro questo brano, all'insegna della speranza, della voglia di crederci comunque. Perché abbiamo bisogno, dei sogni. Di sentire che l'altrove esiste e se non esiste, provarci almeno, a cercarlo. Il viaggio poi, alla fine, vale in sé.



"Poi non è che la vita vada come tu te la immagini. Fa la sua strada. E tu la tua. E non sono la stessa strada. Così... Io non è che volevo essere felice, questo no. Volevo... salvarmi, ecco: salvarmi. Ma ho capito tardi da che parte bisognava andare: dalla parte dei desideri. Uno si aspetta che siano altre cose a salvare la gente: il dovere, l'onestà, essere buoni, essere giusti. No. Sono i desideri che salvano. Sono l'unica cosa vera. Tu stai con loro, e ti salverai. Però troppo tardi l'ho capito. Se le dai tempo, alla vita, lei si rigira in un modo strano, inesorabile: e tu ti accorgi che a quel punto non puoi desiderare qualcosa senza farti del male. E' lì che salta tutto, non c'è verso di scappare, più ti agiti più si ingarbuglia la rete, più ti ribelli più ti ferisci. Non se ne esce. Quando era troppo tardi, io ho iniziato a desiderare. Con tutta la forza che avevo. Mi sono fatta tanto di quel male che tu non te lo puoi nemmeno immaginare."
("Oceano Mare" - Alessandro Baricco)

Altro brano che adoro. Un inno alla distrazione ed alla focalizzazione di sé. La distrazione di seguire un percorso di vita che, troppo tardi, ti accorgi non essere il tuo. Il tuo è da un'altra parte, sopito e seppellito tra le pieghe della mente, nelle fantasie, nel vorrei ma non posso. In quei desideri che, in un modo o nell'altro, non persegui. Ed è quando ci si arriva che fà male. Quando il desiderio di te, così come te lo immagini, diventa necessità. In quel momento, poco importa il resto: la percezione di te e di quello che vuoi travalica tutto il resto. Ed è dolore. Per l'intensità, per la sensazione di non ritorno, perchè da lì, il cammino è svelato, ma sarà sempre sofferto.

Sfumature diverse, ma dentro comunque, la consapevolezza ed il dolore di chi cerca un senso ed una ragione nell'attraversare la vita.


 
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venerdì, 06 novembre 2009

"Le ho scritto una lettera.
Mi è sempre piaciuto scrivere lettere. Le parole sono un corteggiamento violento. Entrano dentro la carne di chi legge. Le parole scritte fanno paura. Ho sempre pensato che quando si scrive venga fuori il ritmo dell'anima: quando si parla si mente, quando si scrive no. Non è possibile. E' come tirare fuori da sé qualcosa di vitale e spaventoso, come un organo spiaccicato sulla carta. Incartare un fegato e spedirlo, questo è scrivere lettere
."
("In tutti i sensi come l'amore" - Simona Vinci)

parole in lettere
Che la scrittura sia una mia passione non è certo un mistero. Della scrittura amo il suo sapersi fare "fegato". E' questo che sento, con le parole prese a prestito da un libro che amo molto. E scrivo lettere, continuo a scriverne,  non solo digitali, ma anche in quella mia grafia impossibile e svirgolata, perchè la scrittura è, deve essere, anche fisicità immediata.
Ci sono parole che puoi donare a chi ami solo scrivendole, perché solo incidendole su carta acquistano per intero peso e valore. Restano per sempre.

"Ma ciò che inquieta di più e che rode come un tarlo testardo infilato in una vecchia tavola e impossibile da far tacere se non con un veleno che avvelenerebbe anche noi, è la lettera che non abbiamo mai scritto. "Quella lettera". Quella che tutti noi abbiamo sempre pensato di scrivere, in certe notti insonni, e che abbiamo sempre rimandato al giorno dopo."
("Si sta facendo Sempre più tardi" - Antonio Tabucchi)



"
Attraverso giorni lunghissimi ed il cuore della notte è sempre troppo breve.

Nello spazio intermedio tra quello che vorrei e quanto vivo,
al centro preciso dello sterno,

un pensiero riposa,
cullando il tuo nome.
"
(lettere da un amore,
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giovedì, 05 novembre 2009

Sono sempre stata incapace d'accumulare. 
Cose materiali, intendo. Nel tempo smarrisco, perdo,  lascio andare, mi disfo. Mi rimane d'alcune un breve ricordo indistinto, una piccola stria mentale. Sono delle mie cose, come una capsula dei semi, pronta a dispensare al vento. Mi chiedo se mai ho imparato a stringerle davvero o se il lasciarle andare è il mio tenerle nel profondo.


stringere
"Perché ciò che si salverà non sarà mai
quel che abbiamo tenuto al riparo dai tempi,
ma ciò che abbiamo lasciato mutare,
perchè ridiventasse se stesso in un tempo nuovo."

(“
I BarbariA. Baricco)

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mercoledì, 04 novembre 2009

firmino
"Poi, timorosa, esitando, doveva essere sbucata lentamente fuori dalla sua tana nella stanza. Producendo un debole ronzio, una lampada fluorescente sospesa a un paio di fili elettrici intrecciati emanava dal soffitto una luce tremula, bluastra, su tutto ciò che le stava intorno. Tutto ciò che le stava intorno? Che ridere! Tutto ciò che mi stava intorno! Poiché, intorno a lei, ovunque volgesse lo sguardo, c'erano libri.
"
(da Firmino di Sam Savage)



Questo libro è stato, a torto o ragione, un best seller. Con adeguato contorno di acclamazioni e delusioni, non esente da pettegolezzi di plagio. Personalmente, mi accosto sempre con difficoltà ai successi editoriali dell'anno. Possiedo rispetto ad essi, una certa diffidenza snob, tipica dei lettori omnivori ed autodidatti.
Nondimeno ho voluto leggerlo, perché la "faccetta di topo" sulla copertina è stata più attraente dell'innato moto repulsivo da "più venduto". Non mi ha entusiasmato, ma mi è piaciuto. Ho finito con l'identificarmi ingenuamente con Firmino. Ci ho ritrovato tutta la fatica del lettore omnivoro e vorace,  la passione notturna e solitaria, lo strazio e l'esaltazione. Insomma,  finché ne sono stata immersa e presa, l'ho trovato piacevole. Chiudendo il libro ha prevalso invece un sentimento di distanza. La sensazione che questo libro a volte in modo piacevole, ed altre in modo rozzo, ha fatto leva sulla parte meno nobile del mio essere lettore.
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martedì, 03 novembre 2009

E' sempre abbastanza facile, attribuirsi la responsabilità delle azioni che conducono a risultati che ci rendono orgogliosi del nostro operato. E' merito mio, questo lo devo alla mia costanza, alla mia capacità di scelta, alla mia tenacia. Bello, no? L'ho fatto io! E l'ego si gonfia, un po'.

Quando "accade" qualcosa che ci piace poco o in cui fatichiamo a riconoscerci, è generalmente ostico  assumersene la paternità. E' andata così, che colpa ne ho? Come potevo sapere che sarebbe andata così? Che schifo, capitano tutte a me. E coccoliamo l'ego, ferito.

Il punto è che non tutto dipende da noi, certo. Anzi, la stragrande maggioranza delle volte quello che accade è indipendente da noi, frutto del caso, di scelte che ci ritroviamo a subire.

Le medaglie hanno sempre un rovescio. Se pensiamo che tutto quello che accade è indipendente dalla nostra volontà, che il nostro raggio di azione è piccolissimo,  possiamo perdonarci con facilità di fronte ad un fallimento. Ma a fronte di questa "piccola assoluzione" perdiamo la capacità di incidere sugli sviluppi futuri di quello che ci accade. Deleghiamo alla sorte, al destino malevolo, la nostra capacità, la possibilità di realizzarci, di fare diversamente.

Senza cadere nell'eccesso opposto, dandoci inutilmente la "croce", dovremmo sempre assumerci la responsabilità delle nostre azioni, di quello che ci accade.

Il primo passo per superare un fallimento, una situazione che ci va stretta, è accettare che dipenda anche da noi. Solo se dipende anche da noi, possiamo fare qualcosa per cambiarla. Impariamo a focalizzarci su quello che noi possiamo fare, su come il nostro atteggiamento, il nostro punto di vista può incidere sulle reazioni, sul modo di affrontare le cose. Oggi. E costruiamo a partire da qui.

"Oggi non è che un giorno qualunque di tutti i giorni che verranno, ma ciò che farai in tutti i giorni che verranno dipende da quello che farai oggi."
(Ernest Hemingway)


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domenica, 01 novembre 2009

poesia
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venerdì, 16 ottobre 2009

A proposito di donne, di bellezza, di passione.*



*in inglese, ma si possono scegliere i sotto titoli in italiano.
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giovedì, 01 ottobre 2009

"Se vuoi andare veloce, vai da solo.
Se vuoi andare lontano, vai con gli altri
"(proverbio africano)
il quarto stato

Non so se l'ho citato correttamente, questo proverbio, così a memoria. Il senso è comunque evidente.

Certe volte mi chiedo, perché andiamo così veloci e verso cosa. Di colpo, mi sembra di realizzarlo. Andiamo soli, troppo soli, compressi in individualità che non hanno memoria, se non astratta, della collettività. Del percorso comune, del bene comune. Per questo stiamo velocizzando tutto. Per questo, il futuro sembra non riservare speranze.

Il paradosso di achille e la tartaruga. Quando la somma di infiniti infinitesimi, sembra non dare una somma finita. Lontano, è solo un miraggio.

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