
Interazioni. Parole ritrovate e posate. Offerte ad altri occhi.

"Come se si staccasse il tramonto dall’orizzonte,
giù in fondo,
un treno all’impazzata percorre la fuga del cielo
tra il sogno e l’incubo
un’inquietudine che la veglia non può interpretare.
Quell’immagine sa di nenie orientali,
salmodiare incalzante a bolero,
da spartito folle,
una vaniglia piccante
che arde di zenzero e avvolge di brivido,
solleva in volo e impietrisce il cuore.
E la fuga incalza
libera
guidata a semicerchio là,
nell’arco di confine del mondo visibile
prigione di nastri nell’intreccio del quotidiano, pigramente annebbiato
dal non-si-sa-come-e-quando.
Il confine dei papaveri tende all’oblìo
un incendio di abissi
offerti
su un binario infinito."
Rugose, scomposte, isole.
filo: è sempre bello da dipanare, anche se non si tratta di quello del discorso. Come quando cerchi di farlo a qualcuna e ti piacerebbe sentirti corrisposto. Se stare ore attaccato a quello del telefono, sembra non funzionare, prova con uno di perle, magari è più efficace. Certo quando te lo danno da torcere la faccenda un po’ si complica, specialmente se ti ritrovi su quello del rasoio. Se dovessi perderti in qualche labirinto mentale, cerca di ricorrere a quello di Arianna e se non sai chi sia, fattelo raccontare per filo e per segno da qualcuno.
fila: è bello tirare quelle di un discorso, anche se non sempre si riesce. Meno piacevole è farla, specie imbottigliati nel traffico o in piedi alle poste. Per fortuna la mozzarella che fila da una pizza è uno spettacolo magnifico e non solo per la vista. E quando tutto fila liscio è sempre un bel sollievo, col solo rammarico che lei magari non ti si fila.
fili: certi è bene non toccarli, visto che chi li tocca muore. Temibili quelli invisibili, che dall’alto manovrano, innocenti burattini. Sempre difficili da riannodare, ricomporre. Piacevoli da intrecciare a volte, facendo d’asfodeli cestini.
file: è proprio la sequenza di byte, quella che ho appena prodotto e spero di ricordarmi di salvare, prima di chiudere. La cui gestione è sempre un bel problema, non solo in inglese. Perché a rompersi sono “le file” e non certo “le fila” di un esercito, e lo stesso vale se si serrano quelle del partito. Perché è il plurale di fila e non di filo.
filu: questo è un po’ più tosto, ma per fortuna in sardo c’è quella ‘e ferru, e dopo tanti sproloqui, un’acquavite ci sta tutta, no?
Amo parlare di scrittura, perché condivido con essa un rapporto antico, eppure sempre nuovo. Insomma una di quelle storie d'amore che non finiscono mai, che sanno rinnovarsi e mutare nel tempo, senza venirti mai a noia, senza modificare il naturale trasporto verso l'altro, la complicità e la voglia di avere spazi dedicati ed esclusivi.
Oggi ho raccolto asfodeli, per voi.
Un'autrice che amava e spesso citava gli asfodeli, Grazia Deledda.
“Anche la strada stretta e pietrosa che vedevo sporgendomi dalla finestra, pareva un viottolo di montagna: e montagne e montagne apparivano nel vano dell'altra finestra, verdi, azzurre, bianche, grigie e viola, secondo il piano della lontananza: tutto l'orizzonte ne era cinto, eppure rimaneva ampio, aereo, come se le montagne fossero nuvole. Le più vicine, sorgenti dalla valle che io non vedevo perché un argine di orti e di giardini mi ci separava, erano in parte verdi di boschi, con larghe macchie argentee di granito e zone dorate di felci e di asfodelo.” Tratto da – Il paese del vento – Se vuoi leggerlo tutto, sul sito sardegnadigitallibrary.it, il PdF.
Bellissimo, questo di Turi Volanti:“L'ASFODELO - L'ultimo fiore”.
In questo periodo dell'anno le foglie sanno regalare un giallo unico, magico. Carico, intenso e rotondo. Declinato in mille sfumature dense di energia, che rimandano a fasti scomparsi e risaltano tra il grigio d'intorno. Ogni pianta ha il suo tono preciso. Adoro il tono carico, quasi oro, ma la magia che sa rapirmi per intero è l'inconsueta trasparenza del giallo nelle foglie di ginko biloba. Nell'aria umida di pioggia, nell'umore soffuso di grigio, universo di grazia e splendore, ancestrale ed unica giallitudine.