E' solo la mia vita che va.
Rimango.
Nel profilo immobile
rosolacci scorrono oltre il vetro.
Distese continue
che la memoria frantuma.
E' solo la mia vita che va.
Ognuno ha dentro un percorso che riconosce e definisce nel tempo.
A volte in modo naturale, quasi automatico, senza accorgersene.
Altre volte invece senti tutta la fatica del riconoscere la tua strada, al bivio.
Sbagli strada, ritorni sui tuoi passi.
Magari ti piace per un po’ annusare paesaggi diversi,
confrontarti con cammini che sai non ti appartengono.
A volte il tuo sentiero ha rovi lungo il ciglio, li temi,
poi invece scopri che i segni che le spine sanno lasciarti sulla pelle,
sono la prima cosa che è riuscita a darti senso al tutto.
Certe volte ti siedi, non sai se sei stanco, o semplicemente hai poca voglia d’andare.
Certe volte corri, abbreviando i tempi,
perdendo il gusto dell’andare.
Per lungo tempo ho pensato di non far altro che sbagliare strada,
scegliere percorsi che non mi corrispondevano.
Oggi so che anche questo è la mia strada.
Che la strada che ho dentro e sto imparando a riconoscere,
è fatta di tracce e memorie diverse che ogni volta trascrivo.
Nel farlo mi centro.
Sono qui e sto andando.
Ci sono canzoni che ami, che sanno darti emozioni profonde. Oltre l'armonia, oltre il significato. Che ascolti e riascolti. Alcune di queste, restano legate per sempre ad un momento preciso della tua vita, delle tue scelte. Condensano un periodo, riescono a cristallizzarlo per sempre in un nodo emotivo. Nel tempo l'emozione associata non muta. Ogni volta che le riascolti, ti riportano a quello che eri, a quanto in quel momento vivevi. Non sono tantissime, le canzoni così. Tre, forse quattro, nella vita di ognuno. Assolutamente soggettivo il vissuto, le associazioni che quella canzone sa evocare. Questa è una di quelle. Periodo terribile e sublime della mia vita.
Si dice interazione una situazione in cui due o più oggetti (agenti o sistemi) agiscono uno sull'altro. Il concetto è azione bidirezionale, con significati distinti nelle varie discipline. Più in generale l'interazione è presente in qualsiasi tipo di comunicazione (dove anche il ricevere è un'azione) e nel comando, o nella guida, di macchinari (dove chi opera reagisce agli effetti della propria azione). Infatti per interazione spesso s'intende proprio la comunicazione. (da wikipedia)
Interazioni. Parole ritrovate e posate. Offerte ad altri occhi.
Non solo in treno (ottobre 2008)
Appunto, non solo in treno accadono certe cose.
Forse pensavamo che immobili, senza movimenti,
senza l'emozione che cresce...
Invece è proprio così!
"Mi ridai le chiavi?" disse A.
Ma voleva dire altro, sebbene non lo ritenesse opportuno.
A. pensò che era tutto a posto, tutto quello che doveva, nelle caselle appropriate.
Come in caduta libera dal 40° piano, arrivata al decimo, si guardava intorno e pensava:
"Fin qui... tutto bene!"
Opportuno è ciò che fa stare bene.
La caduta a volte è inarrestabile, ma può essere lunga e misteriosa.
R. vola... o almeno così sente di fare.
A. vola e trova strana la sensazione.
La diverte smarrirsi, sa che non si perderà mai.
Sa che R. si fida di lei e fa bene, a fidarsi.
Perchè ovunque cadrà... sarà sempre sul morbido.
-Et fictum fit factum-
Come si staccasse (giugno 2001)
"Come se si staccasse il tramonto dall’orizzonte,
giù in fondo,
un treno all’impazzata percorre la fuga del cielo
tra il sogno e l’incubo
un’inquietudine che la veglia non può interpretare.
Quell’immagine sa di nenie orientali,
salmodiare incalzante a bolero,
da spartito folle,
una vaniglia piccante
che arde di zenzero e avvolge di brivido,
solleva in volo e impietrisce il cuore.
E la fuga incalza
libera
guidata a semicerchio là,
nell’arco di confine del mondo visibile
prigione di nastri nell’intreccio del quotidiano, pigramente annebbiato
Un cielo plumbeo, stamani. La pioggia fitta, fitta. Il rumore dell'acqua risuona dalla via, lambisce appena i rumori. La casa ha un nuovo tepore, la pigrizia nuovi appigli. L'aria la promessa di nuovi odori. Il pensiero un insolito vigore. Il mondo lavato, si mostra più nudo agli occhi, quasi smarrito. Innocente, pudico.
Altro giorno, altri pensieri, nuove emozioni rotolano.
Settembre è uno strano mese, in genere di bilanci.
Sarà quello strano ritmo della scuola, che ti rimane dentro, così agosto è fine anno e ottobre il suo inizio.
Settembre uno strano limbo, il tempo dei bilanci. Quello spazio in cui da sempre rifletto, quasi inevitabilmente, su quanto è trascorso, su quanto ho messo via. In cui, con vari gradi di convinzione ed energia, mi accingo a pianificare il nuovo anno.
Insomma una sorta di lunedì mattina, solo più dilatato.
I bilanci hanno sequenze strane, a volte. In cui esplori rapidamente tutti gli stati d'animo. Non sempre piacevolissimi per la verità.
L'importante non è che siano in attivo, quanto che si riesca a trovarci dentro la motivazione per nuove cose.
I bilanci hanno questo di bello, che tendenzialmente ti convincono dell'opportunità di cedere alcune azioni ed investire in altre. Magari più redditizie.
Almeno si spera tali. Perché di questi tempi, le previsioni sono davvero ostiche.
L'anno che ci attende è di difficile definizione, anche nella microsfera personale, anche solo nella nostra specialissima angolazione.
Una sottile lingua di terra, una strada polverosa e rossiccia dagli argini brulli sull'acqua. Bisaccia sulle spalle, malconcio, un uomo l'attraversa. Le scarpe da tennis lacere, senza lacci, trascinate passo dopo passo, arrossandosi. Visto dall'alto è un puntino che si muove lentissimamente, ritmicamente.
L'acqua ha riflessi verdi, luccicanti sotto il sole. Da terra a terra, attraverso due mari.
Una donna legge sul treno, assorta. Alza gli occhi e, attraverso i vetri, l'acqua le inonda la vista, nel breve tratto da Mestre a Venezia. Si sente stranamente sospesa, come d'un tempo che ha arrestato la corsa. Poi abbassa lo sguardo e chiude il libro.
Il passato del futuro. Non è una forma verbale. Neppure un ossimoro.
Ciascuno di noi, a suo modo, si rappresenta nel futuro. Io ben poco, per la verità. Cerco di non sconfinare mai troppo in là.
Si "immagina" il futuro. Ovvero la prima cosa che viene in mente è che il proiettarsi nel futuro, sia un atto creativo, frutto dell'immaginazione, della fantasia.
Vista da questa angolazione, la mia scarsa capacità di rappresentarmi in un arco temporale a venire, mi è sempre suonata sospetta.
Perché difetto di molte cose, ma non credo di fantasia. Quella, anzi, semmai, fatico sempre a tenerla a bada.
Il fatto è che la rappresentazione del futuro, più che dalla capacità immaginifica, deriva dal passato, dalla memoria. Sì, proprio così. Come dire, c'era una volta domani. La nostra capacità di fare proiezioni sul futuro, di costruire immagini del nostro domani è strettamente connessa, attinge pienamente ai ricordi del passato.
E' un po' come l'incapacità di immaginare qualcosa che non c'è. Noi costruiamo qualcosa di inesistente solo a partire da immagini reali. Mettendo insieme, in modo diverso, cose esistenti. L'unicorno ad esempio. O il minotauro.
Così è nel bagaglio del passato, di quanto esperito, variamente ordinato e messo via, che la nostra fantasia rovista per le sue estrapolazioni sul futuro.
Mi piace alzarmi presto. Soprattutto il sabato e la domenica. Quando il silenzio è più denso e l'aria diversa. Quando il tempo ha un ritmo vicino, possibile.
Ci pensavo, nella mia stanza, in questa città ancora assonnata. Così mi è tornato in mente il titolo di un libro: "alle sette del mattino il mondo è ancora in ordine" (di Eric Malpass). Questo libro è una piccola perla, scritto con garbo, ironia. Mi piacciono le cose che hanno la giusta misura. Questo l'incipit.
"Alba, e un cielo di pappa d'avena fredda. Alcune placche di neve erano ancora lì, umide, agli angoli del tetto. Nella grande casa la famiglia era immersa nel letargo della domenica mattina, raggomitolata contro il gelo e il giorno in arrivo. Ma Gaylord era immune dal freddo. Il giovane Gaylord Pentecost era immune da quasi tutto. Svegliatosi, si mise a saltare sul letto. Poi, stufo, si tirò su, attorno a una misura di vita inesistente, i pantaloni del pigiama, e si accinse a fare un giro della casa tanto per incominciare. Prima dal Nonno. Faceva scuro in quella camera. Così tirò le tende." L'aria che spiffera gentile dalla mia finestra aperta, nei suoni ovattati e lontani di una città ancora deserta, mi riconcilia col nascosto fluire del sangue nel mio corpo.
E questo silenzio mi rimanda ad un ricordo recente. Altra piccola perla. Un film piccino, minimo, gustato in un'arena all'aperto, giorni fa. "Pranzo di Ferragosto".
Amo ripeterlo. La felicità è una piccola cosa. Un breve palpito, un leggero fremito. Magari una domenica mattina. Alle sette, quando il mondo è ancora in ordine.
Mi piacerebbe. Penso piacerebbe a tutti. Magari a qualcuno, no.
Una macchina fotografica in grado di riprodurre il volto vero delle persone. Non quello che si vede, quello che dentro c'è. Non servirebbero commenti, allora. Basterebbe scattare una foto, metterla in prima pagina(censura permettendo) e mostrare, semplicemente, ciascuno per quello che è. Solo uno stupido pensiero, forse. Ma oggi, guardando questa, non ho potuto fare a meno di averlo, questo pensiero.