
"San Lorenzo, io lo so perché
tanto di stelle per l'aria tranquilla
arde e cade, perché sì gran pianto
nel concavo cielo sfavilla"
(10 agosto, G. Pascoli)
Per questi versi si poteva evitare di citare l'autore.
Credo siano pochi ad essere sfuggiti alla loro memorizzazione. Nella mia mente risuona ancora il mio timbro infantile ripetere "arde e cade". Queste due parole hanno un'armonia splendida e m'impegnai moltissimo, allora, a renderne compiutamente il suono, a riprodurre la salita e discesa che magnificamente si compie nella loro unione. "Arde e cade", mi emozionava, questo effetto. Questa sotterranea armonia. Molto più del tristisssimo senso della poesia.
Certo, Pascoli e Carducci (il verde melograno dai bei vermigli fior), non sono i poeti che hanno colpito il mio cuore. Altri lo hanno fatto, molto tempo dopo. Ma è nell'imparare i loro versi, nel ripeterli ritmicamente, che ho scoperto l'assoluta magia delle parole, il loro ritmo e suoni.
Imparare a memoria i versi di una poesia non è solo un esercizio sterile, tutt'altro. L'esercizio dell'apprendimento mnemonico nell'infanzia è fondamentale. Mi spiace che si stia perdendo. Sviluppare la capacità a ricordare è coltivare la cultura del passato. La tradizione orale che ha permesso a tanto di tramandarsi, nel tempo. Ricordo un nonno, quasi analfabeta, che recitava orgoglioso tutto l'orlando furioso.
Stiamo diventando un popolo senza memoria e senza memoria, non c'è identità.
Non è di questo che volevo parlare. Volevo parlare di stelle cadenti e di sogni. Di desideri affidati ad una scia luminosa. Il senso magico di un naso all'insù nella notte, che sa trasformare in stella cadente, uno sciame di meteore.
Forse non è importante quello che volevo dire. Neppure questo lo è.