giovedì, 30 luglio 2009


Ho fatto un sogno. 
Un sogno che non si può raccontare, perché non è importante, quello che succede nel sogno. E’ importante quello che un sogno così ti lascia dentro. E’ questo che ti racconterò. Ho capito quanto conta la volontà, la voglia, l’energia, l’amore. Quando devi lottare contro le tenebre. Perchè le tenebre hanno il loro fascino. Il fascino della non presenza, dell’essere sempre altrove. Non importa se confrontarcisi fa male, non importa se ti usano e ti gettano a piacimento. Tu sei lì a raccogliere le poche briciole distratte, buttate solo per bisogno d’attenzione.

Al bene ci si abitua. Alla presenza, all’attenzione costante. Non importa quanto costino, quanto sia difficile a volte. Diventano talmente normali che dimentichi il loro valore, dimentichi quanto siano vitali per sopravvivere ogni giorno.

Ho fatto un sogno dove il tramonto ha dentro la luce di una nuova alba, dove ogni cosa ha il sorriso dell’esistere ed ogni gesto acquista il giusto peso. Ho capito di non aver paura delle tenebre. Perché per quanto siano profonde, la luce di una torcia (anche da un dollaro) sa sconfiggerle. L’importante è non lasciare mai che questa luce si spenga, che l’energia venga meno.

Ho fatto un sogno dove le mie mani riuscivano a toccare le tue.


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categoria : lettere, memoria




martedì, 28 luglio 2009

gliciniGiorni srotolati, sospesi e smarriti nell'afa. Quando provi a spostare il cuore un poco più in là, cercando la penombra di un glicine. Sono lontane le ampie fronde ombrose, il respiro del vento dal mare. La quieta opacità del lago, il trasparente silenzio di cime.

Vorrei canto di cicale e passaggi di formiche, nelle file scomposte ed indaffarate. Sorprese dallo sguardo appena abbassato, distrattamente posato sulla terra. Vorrei il fruscio delle canne nel vento, il crepitio dell'erba sotto i passi. Vorrei lo sguardo allungato a cogliere  raggi verdi e fili di corallo, palpiti
scomposti di vita.

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categoria : emozioni




mercoledì, 22 luglio 2009

C'è un fatto che a me accade e non so mai agli altri. Insomma la scrittura richiede una sana sofferenza. Non letteraria, no. Proprio reale.
Non le esacerbazioni interiori dei soliti quattro intellettualoidi da strapazzo che se la menano. Niente di nobile ed incomprensibile. Niente mal di vivere, dono congenito dei talenti mostruosi. Proprio quelle sofferenze banali che implicano mettere le tue carni su una sedia e per un po' rinunciare a vivere. Perché per scrivere, devi rinunciare a vivere, almeno un po'. Devi guardarla la vita, mica starci dentro, per descriverla compiutamente. Viverla pienamente per quel che puoi, ma poi tenerla un poco discosta. E questo, sotto sotto, implica sempre un certo disadattamento interiore.

cronaca diuna mancata ispirazione


Non mi riferisco certo alle sofferenze del Leopardi, sulle quali siamo stati tutti correttamente edotti. Ché il genio è genio e la sofferenza c'entra poco, anche se aiuta la riflessione solitaria, la consapevolezza illuminata. Perché il genio si nutre di sregolatezza a volte, mica sempre. Puoi anche ubriacarti tutte le sere e lavarti poco, ma non è questo che ti renderà  Bukowski. Puoi anche essere bruttino e bistrattato, ma questo non farà di te Leopardi.

Insomma, infelice o no, sregolato o no, il talento è qualcosa che prescinde dalla condizione vissuta. Il fatto è che se non sei tra i fortunati, quelli che hanno il tocco magico, scrivere richiede una certa disciplina. Ovvero implica applicazione. Nella lettura, innanzitutto. Perché vogliono scrivere tutti, ma a leggere son sempre pochi. Mi sono sempre chiesta come possa amare scrivere chi non ama leggere. Ma questo temo sia un altro discorso.

Applicazione, dicevo. Nell'ascolto degli altri e di sè. Nei pensieri. Nell'osservare la vita. Ecco, questo implica sofferenza. Magnifica sofferenza, quella che si fa strada e percorso, cammino di conoscenza. Ma che rimane fortemente sospetta di disadattamento interiore.

Che poi a me piacerebbe. Molto. Scrivere qualcosa di epocale. Qualcosa in grado di stupire chiunque. Insomma una tranvata di emozioni, detto alla romana. Ma la scrittura è una strana arpia, che rifugge i propositi. Anche i migliori. Allora dovrò accontentarmi dei miei soliti sproloqui sul filo d'un sano buonumore trasportato dal refolo impalpabile che penetra dalla finestra aperta.

Il caldo di questi giorni uccide la migliore ispirazione La mia muore con molto meno.
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categoria : riflessioni, questioni spinose




martedì, 21 luglio 2009

antonio: devo dirti una cosa...
luisa: che cosa?
antonio: non so da che parte cominciare, veramente
luisa: comincia da una qualunque, dai!
antonio: mi prometti di non arrabbiarti?
luisa: non arrabbiarmi?! Ma cos'è che devi dirmi?
antonio: stai già alzando la voce, forse è meglio se lascio stare...
luisa: NON STO AFFATTO ALZANDO LA VOCE!!!
antonio: sì, che la stai alzando...
luisa: SI!! La ALZO, CERTO CHE LA ALZO! Sei capace di dire una cosa senza girarci intorno TRE OREEE?
antonio: E' che tu sei sempre nervosa e non è affatto facile...
luisa:potresti limitarti a dire quello che hai da dire, invece di offendere?
antonio: Sei tu che sei troppo suscettibile
luisa: IO SUSCETTIBILE!?! TU SPARLI ED IO SONO SUSCETTIBILE!!!
antonio: VISTO? E' impossibile dirti le cose, sapevo che non avrei dovuto dirtelo!

luisa: DIRMELO?! Ma non hai detto nulla...
antonio: ti ho detto tutto, sei tu che non mi ascolti...
luisa: antonio... io temo di non capirti più...
antonio: Visto? Ero certo di avertelo detto...



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categoria : dialoghetti




lunedì, 20 luglio 2009

cuore di pietra
Partire e tornare,
ciottoli raccolti con dentro emozioni sbilenche, scelti per forma e colore, conservati nella boule di vetro.

Aspri e levigati, irregolari e simmetrici, stretti a pugno.


Lasci piccoli pezzi di cuore, in posti lontani.

Ogni volta ritrovi sorrisi e pensieri, conservati per te.








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categoria : emozioni, s-criptici




giovedì, 09 luglio 2009

parole come mele
foto dall'album Flickr di delphaber


Parole come mele. Verdi, lisce. Polpa croccante. Così vorrei le mie parole, oggi.
Lasciarle posate nell'acqua, a galleggiare in superficie, rotonde.

Affioranti appena, tra penombra e luce.
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categoria : emozioni




mercoledì, 08 luglio 2009

Un periodaccio, questo. Quando nel corso della giornata si affollano molteplici rogne (non è una bella espressione, ma rende perfettamente l’idea). Il problema è risolverle, soprattutto quando all’ennesima della giornata, tutti  ti guardano con occhi sgranati e una supplice richiesta di intervento, possibilmente rassicurante. Come se poi la bacchetta magica fosse la dotazione di ordinanza  di ogni buon capo che si rispetti. Già. Ci puoi mettere impegno, rispetto, disponibilità, capacità di ascolto, ma se non risolvi prontamente le rogne, non sei nessuno.

Così la prima buona mossa è un pronto sorriso e prendere in mano la situazione. Ma oggi era parecchio dura. Così all’ennesimo volto smarrito, alle labbra stupite che pronunciano un ulteriore, insopportabile ed interrogativo:

- Emmò?...-

Io non mi sono scomposto più di tanto e, quasi una liberazione, mi è sfuggito un:

-“Emmò?… Moplen!”-

Inaspettato l’effetto: lo  sconcerto generale. Che io purtroppo, a questo fatto dell’anagrafe sono sempre un po’ refrattario e non mi entra per bene in testa che quelle che per me sono evidenze storiche, solo un po’ impolverate, dietro l’angolo della memoria, in realtà si rivelano salti generazionali incolmabili.

Però una volta tanto dare spiegazioni mi ha divertito, perché questa battuta non è solo un vecchio tormentone di Carosello.

Questo spot, di quelli che non si vedono più, ha un valore aggiunto. Perché il moplen ha davvero segnato un epoca. Il moplen è un brevetto tutto italiano, che valse a Giulio Natta il premio Nobel per la chimica. Per la reazione di sintesi polimerica. Il polipropilene isotattico (non è una parolaccia, indica la forma spaziale delle molecole) è stata una grande invenzione.

Altri spot, altri chimici, altri tempi. Che per la verità poi, io ero piccino. Quel brevetto però mi è rimasto dentro, condizionando le mie scelte future. Tornando alla giornata, effetti secondari positivi, nessuno mi dirà mai più: “Emmò?...”.

A suo modo, anche il mio di moplen, ha avuto il suo discreto successo.

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categoria : miniracconti, questioni spinose




martedì, 07 luglio 2009


la teoria e la pratica

"La teoria è quando si sa tutto e niente funziona.
La pratica è quando tutto funziona e nessuno sa il perché.
Noi abbiamo messo insieme la teoria e la pratica: non c'è niente che funzioni...
e nessuno sa il perché!"  (Einstein
)


Già.
Non so perché, ma non mi viene da aggiungere nulla, a questa frase.



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categoria : citazioni