
Giorni srotolati, sospesi e smarriti nell'afa. Quando provi a spostare il cuore un poco più in là, cercando la penombra di un glicine. Sono lontane le ampie fronde ombrose, il respiro del vento dal mare. La quieta opacità del lago, il trasparente silenzio di cime.

Così la prima buona mossa è un pronto sorriso e prendere in mano la situazione. Ma oggi era parecchio dura. Così all’ennesimo volto smarrito, alle labbra stupite che pronunciano un ulteriore, insopportabile ed interrogativo:
- Emmò?...-
Io non mi sono scomposto più di tanto e, quasi una liberazione, mi è sfuggito un:
-“Emmò?… Moplen!”-
Inaspettato l’effetto: lo sconcerto generale. Che io purtroppo, a questo fatto dell’anagrafe sono sempre un po’ refrattario e non mi entra per bene in testa che quelle che per me sono evidenze storiche, solo un po’ impolverate, dietro l’angolo della memoria, in realtà si rivelano salti generazionali incolmabili.
Però una volta tanto dare spiegazioni mi ha divertito, perché questa battuta non è solo un vecchio tormentone di Carosello.
Questo spot, di quelli che non si vedono più, ha un valore aggiunto. Perché il moplen ha davvero segnato un epoca. Il moplen è un brevetto tutto italiano, che valse a Giulio Natta il premio Nobel per la chimica. Per la reazione di sintesi polimerica. Il polipropilene isotattico (non è una parolaccia, indica la forma spaziale delle molecole) è stata una grande invenzione.
Altri spot, altri chimici, altri tempi. Che per la verità poi, io ero piccino. Quel brevetto però mi è rimasto dentro, condizionando le mie scelte future. Tornando alla giornata, effetti secondari positivi, nessuno mi dirà mai più: “Emmò?...”.
A suo modo, anche il mio di moplen, ha avuto il suo discreto successo.
