Martino sorrise. Si sentiva proprio bene stamattina, pronto a nuove cose. Da un po' di tempo tutto sembrava girare per il verso giusto. Sentiva che se solo fosse riuscito a dedicarci un po' di tempo avrebbe potuto realizzare tutti i suoi sogni. Certe volte guardava indietro e la sua vita passata gli sembrava esile, gli andava stretta, ma ora le cose sarebbe cambiate. Aveva solo bisogno di un po' di tempo per organizzarsi. Parlava spesso con lei. Cercava di convincerla a dargli più spazio e sembrava stesse funzionando. Discutere con lei all'inizio era faticoso. Sembrava non stesse mai ad ascoltarlo, ma infine era riuscito a farsi spazio nella sua vita. Il problema è che lei era succube, completamente succube, di quella sua gemella impossibile e quando erano insieme, non c'era verso. Ma ormai conosceva le sue abitudini e riusciva ad intrufolarsi nei rari momenti di assenza di Erminia. Odiava Erminia, quel suo tono duro, da padrona. Le risate scomposte. La sua presenza sempre inopportuna, invadente. Non aveva alcun rispetto di Elide.
Ma quale scontro ideologico, sono solo quattro imbecilli
Non so quali siano gli altri tre, ma di uno sono certa... Già gli opinionisti non riscuotono in generale le mie simpatie, ed in particolare i tuttologi, quelli che... da Cogne al rigore non dato, poi alcuni... li aborrooooooooooooo!!
Il caldo lo odio, per definizione. Mi è altamente intollerabile e non ne faccio mistero. Specialmente quest'afa improvvisa, soffocante, che ti lascia impreparata. Poiché la coerenza non è semplicemente un'opinione, io del freddo non mi lamento mai. Neanche di quello pungente, ostile. Nemmeno degli acquazzoni che ti travolgono e ti bagnano fino al midollo, rovesciandoti l'ombrello. Niente, io accetto impassibile, quasi ne gioisco. Sopportando con infinita pazienza tutti quelli che mi dicono: Hai visto che tempo impossibile? ah... la bella stagione, il sole, il caldo che delizia!! Ma quando arriva?!

Eccolo è arrivato, lo invocate ed è qui. Adesso mi posso liberamente lamentare.
No, non posso, perché intorno a me è tutto un agitarsi di persone sbuffanti, insofferenti, sudate e scollacciate che non fanno altro che dire: Eh, no... oggi non si resiste proprio, Dio mio che caldo, ma come si fa?! E tu come fai?
Io reprimo la voglia di dire quello che penso, non per mancanza di chiarezza rispetto alle espressioni da utilizzare. Semplicemente perchè ad agitarsi fa caldo ancora di più. Così io che attraverso il gelo imperturbabile, ascoltandomi invocazioni funeste alla bella stagione, ora sono qui ad abbozzarmi il caldo, con la giacchetta che fa tanto professionale, movimenti ridotti al minimo, sorrisino di compatimento stereotipato e dentro mentalmente un rapido ripasso dell'agiografia, in cui scopro di essere molto edotta.
Appena gualcita la copia faceva mostra di sé, di lato, sulla scrivania. L’orecchio,
arrampicato dal bordo, sembrava spiare bisbigli di presenze irreali, mentre un filo d’aria oltre la soglia ne ritmava il vibrare. In quell’angolo di laboratorio, dietro la vetrata del box, la luce si spandeva chiara e soffusa rendendo nette le linee. Prendeva lentamente corpo un silenzio opaco, come antico velluto stinto steso su ogni cosa. Sentivo filtrare un rumore lontano, spento in quell’incedere lento e melenso dei primi pomeriggi d’estate. Ero entrata a cercarlo. Non c’era, ma era calda la sua presenza nell’aria. S’insinuava prepotente in me. Andavo dipanando quella matassa di fili grigi impigliati e persi nel senso di sé. Stupida lavagna, ardesia spenta e solcata di segni, t’afferrava e strappava da me. Bianco su nero. Nero su bianco, tratti grafici consueti consegnano il mio tempo ed i giorni al reale che non c’è. Sedevo sul rotondo sgabello di legno, gomito sghembo sulla scrivania, la mano ad arrotolare lo stupido orecchio di carta. Sentivo la cellulosa farsi friabile e cedere sotto le dita. Polvere lieve sui polpastrelli, con quel senso dolce della vita che prendeva spazio in me. Cipria impalpabile la sua assenza a riempire la stanza. Fibra d’ovatta tra le mie ciglia. Ti ho sentito. Alzando lo sguardo l’ho visto. Era lì a fissarmi già da un po’. Sentivo tutto il non detto, da non dire, dirsi da sé. E’ stato quel giorno che, preso il giornale, l’ho arrotolato e portato con me. Per tutti i giorni che inseguono i giorni, c’è ancora un giorno, un afoso sciocco giorno, che avvolto in un giornale ti ho portato con me, fatto leggero, bianco su nero. Nero su bianco a parlarmi di te. C’è stato quel giorno, ieri è solo domani.
dietro la nuca. Occhi neri profondi nel colorito olivastro. Un bel decoltè e qualche chilo in più, ben portato, che non stona nell'insieme. Ha un camice sempre inappuntabile, un paio di penne nel taschino, dietro il banco della farmacia della stazione. Lo sguardo serio, quasi severo, a volte. Mi sta caldamente sulle palle. Scusate l'espressione, ma non saprei utilizzarne altre. Questo è singolare, perché è difficile che qualcuno mi susciti siffatte emozioni. Soprattutto se il rapporto che ci lega è effimero, legato ad un servizio saltuario. La dottoressa nonsocomesichiama non credo riesca a riprendersi dal triste destino riservato a chi, dopo una laurea si ritrova a fare, di fatto, la commessa. La farmacia della stazione poi, con il suo promiscuo andirivieni, aperta quasi 24 ore su 24, non è certo un bel vivere. Quindi dovrei capirla. Non mi riesce. So bene che la chimica è un'impresa ardua e ritrovarsi poi a combattere con stranieri incerti sui medicinali, con i tossici in crisi d'emergenza e con gli autodidatti del farmaco, i forzati dei vitaminici non sia un bel vivere. Le riconosco anche una discreta professionalità, comunque ci si impegna. Ma quando tiene il solito malcapitato che chiede l'arnica circa mezz'ora prima di dargliela, io ho voglia di picchiarla, non solo perchè sono in fila ed ho fretta.
Ogni tipo di rosa evoca, nel linguaggio dei fiori, un sentimento preciso. Prediligo quella bianca, silenzio e segretezza. Amo la bianca rosa canina che rappresenta l'indipendenza, ma anche la poesia. Umile e selvaggia, tra i rovi scelti nelle leggende per la corona di Cristo.
Questo è un piccolo brano estratto da un mini racconto che parla di rose canine, incipit di un libro di un grandissimo autore, cui riesco a perdonare altri abusi.
"[...]neppure con tutta la mia immane volontà ce la facevo a credere alle stesse cose e a provarle, c’era sempre una piccola onda disumana che mi cacciava indietro proprio quando ero sicuro di avercela fatta del tutto ad ingannarmi; mi sentii io stesso dato in prestito a qualcuno che né mi aveva richiesto né mi aveva meritato e che tuttavia, in mancanza di altri depositari, mi restituiva a me, alla mia impossibile brama di conformismo in fasce e al mio orgoglio di indifeso di fronte alla propria verità con le spalle al muro, senza il supporto di una piccola e dolce superstizione da spartire con gli altri nemmeno a maggio che c’è il bel sole e se tutti avranno il mal di testa sei disposto a fartelo venire anche a te per finta pur di pensare a volte un pronome irraggiungibile come “noi”."
